giovedì 31 marzo 2011

"Gesù di Nazaret", la recensione di Franca D'Agostini commentata da Raffaele Iannuzzi

"Gesù di Nazaret", la recensione di Franca D'Agostini commentata da Raffaele Iannuzzi

di RAFFAELE IANNUZZI

Franca D'Agostini ha scritto un bell'articolo sul "Manifesto" dedicato alla teologia di Benedetto XVI.
La disamina si declina attorno al nucleo del secondo tomo del Papa dedicato a Gesù ma si tratta di un pretesto per criticare il "disegno politico-culturale" di questo Pontificato.
Ma andiamo con ordine. In primo luogo: la cultura marxista si è occupata fin dall'inizio di Benedetto XVI. La rivista "Critica marxista" ha prodotto numerosi interventi di notevole livello sulla strategia politico-culturale del Papa.
Aldo Zanardo ha rilevato correttamente che il pensiero di Ratzinger sia più platonico-aristotelico che tomista.
Giuseppe Chiarante ha spiegato che il protagonismo culturale del geniale professore di Regensburg abbia a che fare con lo svuotamento sistematico delle ideologie. Il vuoto non è sopportabile. Né nella storia, né nella politica. Idem nell'ambito culturale ed etico. Ratzinger si inserisce nella preoccupante deriva nichilistica che ha avvolto l'Occidente, a cominciare dai suoi guru intellettuali di sinistra.
Queste considerazioni permettono di sottolineare un punto che la D'Agostini sembra ignorare: Benedetto XVI non intende dimenticare questa o quella versione del Vangelo e/o della Chiesa, non vive per affermare un Gesù ad uso e consumo della masse o dei salotti "libertari" degli ultimi fans della teologia della liberazione, ormai un fossile della storia.
Il Papa produce un pensiero interno alla fede e quest'azione è intelligibile se e solo se si riprendano le fonti classiche della teologia.
Altrimenti, si fa un'operazione ideologica che, nel gergo marxista, cela una "falsa coscienza". Sant'Anselmo spiega bene: "La fede ha bisogno dell'intelletto". La fede richiede la razionalità umana. Sant'Agostino, da par suo: "La grazia presuppone la natura e la perfeziona". Il "potere della verità" intorno al quale si avvita la filosofa del linguaggio non ha niente a che fare con il potere di Hobbes, né con la "potentia" spinoziana. È in gioco, sì, la questione dell'interrogativo di Pilato: cos'è la verità? E così risponde, secco, sant'Agostino al quesito del rappresentante del potere, questo sì mondano, di Roma :"L'uomo qui presente". Da qui nasce la fenomenologia cristiana di Michel Henry. Il Dio fattosi carne non segue né la verità del Tempio, né un progetto vagamente evangelico di "liberazione" umana. La questione dirimente - mai nominata dalla D'Agostini - è l'Incarnazione. E' il Dio di Gesù Cristo. Si può credere o meno in questa realtà, ma non la si può ignorare. Ratzinger ne ha scritto nel saggio del 1968, "Introduzione al cristianesimo". L'Incarnazione fa sì che i cristiani siano i veri "materialisti", come hanno osservato cristiani di estrazione diversa come Giorgio La Pira e san Josemaria Escrivà. La verità cristiana è divino-umana. Non sta né con Rorty, né con Putnam. Questo "né-né" richiama ad un "et-et": lo scandalo cristiano è che un uomo si sia detto Dio. Ciò scatena la reazione violenta del clero del Tempio. Gesù: l'ebreo che smaschera l'ideologia religiosa del Tempio. Non esiste "l'anticlericalismo" di Gesù, "libertario" a capo dell'esercito di riserva degli ultimi e degli oppressi. Anzi. La laicità di Gesù consiste proprio in un approccio così descritto da Tommaso d'Aquino: "La verità, da qualunque parte provenga, deriva da Dio". E San Paolo: "Vagliate tutto e trattenete il valore". Il metodo è imposto dall'oggetto: leggere Gesù solo con le lenti della filosofia rischia di dissolvere il primo insieme alla seconda.

© Copyright Il Tempo, 31 marzo 2011 consultabile online anche qui.

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