martedì 22 marzo 2011

Il celibato sacerdotale. Questione di radicalità evangelica (Mauro Piacenza)

Il celibato sacerdotale

Questione di radicalità evangelica

di MAURO PIACENZA

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale.
Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio.
Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.
Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo.
Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l'insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II - a cominciare dalla Presbyterorum ordinis - potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi.
E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.
Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica.
Esso, infatti, è una legge solo perché è un'esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell'Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.
In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.
Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell'assemblea sinodale, afferma: "Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all'Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell'amore di Dio verso questo mondo nonché dell'amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio".
Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d'Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono "affare" divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.
Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un'opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull'uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.
La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell'Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?
Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c'è ed è presente.

(©L'Osservatore Romano 23 marzo 2011)

3 commenti:

don marcello fumagalli ha detto...

Per ben pensare segnalo di
BASILIO PETRA'"Preti celibi e preti sposati Due carismi della Chiesa cattolica"
Questo libro è dedicato a un tema raramente trattato: il valore teologico del sacerdozio uxorato. Molti vedono in questa condizione di vita un modo per superare i problemi posti dalla legislazione celibataria e talora sembra che essa possa assicurare una soluzione ai fallimenti pubblici o privati del celibato obbligatorio. Tuttavia il sacerdozio uxorato non riceve il suo senso dalla sua possibile funzionalità pratica: o nasce dalla volontà di Dio in vista della salvezza degli uomini e rende presente il mistero di Cristo oppure nessun vantaggio disciplinare e pratico può legittimarlo teologicamente. L’intento di questo volume è quello di mostrare che la Chiesa cattolica dal Concilio Vaticano?II ha riconosciuto formalmente il valore teologico del sacerdozio uxorato, considerandolo una condizione certamente distinta dalla forma del sacerdozio celibatario ma ugualmente densa di valore teologico, anche se questo riconoscimento è stato ed è ancor oggi combattuto e non pienamente recepito in tutta la Chiesa.

MA CHI PENSA OGGI COSI'???????
marcello fumagalli prete

Enos ha detto...

L'appassionata difesa del celibato ecclesiastico che fa mons. Piacenza io la sottoscriverei come esortazione/difesa della validità della scelta del celibato per il "Regno dei Cieli" nel ministero sacerdotale. Senza però dimenticare che esistono all'interno della Chiesa cattolica sacerdoti uxorati nelle Chiese di rito orientale e, pure, diaconi permanenti uxorati nelle Chiese cattoliche di rito latino (purtroppo tutto ciò sembra sempre, inspiegabilmente, un "dettaglio" trascurabile). Questo tipo di particolare vocazione (chiamata al sacerdozio ministeriale di persone dotate anche di una propria moglie e famiglia) la si riconosce, comunque, come voluta dal Signore per l'edificazione del popolo di Dio? Oppure la si considera una "pratica" (deforme?) da tollerare a denti stretti, ma non veramente ed autenticamente ispirata dallo Spirito Santo?
La riflessione di Don Marcello è molto interessante. Se posso vorrei chiederti (spero di non essere indiscreto...), visto che tu sei un sacerdote, mi pare di capire cattolico di rito latino (e quindi celibe...?): 1) Ti sentiresti "sminuito" nel tuo ministero se in futuro ti dovessi incontrare con un "collega" sposato? 2) Vivresti comunque la tua scelta di "celibe per il Regno dei Cieli" come una grazia ricevuta da Dio per una maggiore disponibilità al servizio ministeriale nella Chiesa universale, vista come tua unica "sposa", oppure come una sofferenza "inutile", che ti è capitato di patire (ingiustamente?) a causa della scarsa lungimiranza di uomini del passato?
Scusa l'impertinenza...

marcello ha detto...

Carissimo Enos,
ti ringrazio per l'attenzione e per le domande che mi rivolgi, domande che non ritengo assolutamente impertinenti!
Alla prima domanda mi è facile rispondere: conosco già diversi preti sposati, ma al momento non collaboro con nessuno per quanto riguarda la pastorale. Mi piacerwebbe tanto, ma i tempi non sono ancora maturi. Si necessita di un tempo di meditate riflessioni teologiche, che permettano di liberare il campo da falsi pregiudizi e paure!
Per quanto riguarda la seconda domanda: mi sembra che sia un concentrato di domande. Bisognerebbe poi meglio intendersi su alcuni passaggi, quali: "una maggiore disponibilità al servizio ministeriale" , " tua unica "sposa" ",
"una sofferenza "inutile" ".
Mi limito a dire che il criterio deve essere cristologico! Cosa si intende per "sofferenza inutile"? quella di Gesù dovrebbe ( ?)essere la più inutile della storia...però lui il sistema religioso fondato sulla paura ed il pregiudizio, l'ha scardinato!!!con "un 'inutile sofferenza"?????